I vantaggi della lettura sono stati, per decenni, rubricati come interni al sistema di istruzione. Le ricerche degli ultimi venti anni, specie fuori dall’Italia, hanno portato in evidenza una serie di effetti della lettura circa lo sviluppo e/o il mantenimento di alcune competenze e di alcune funzioni e processi cognitivi. Il desiderio di indagare gli effetti della lettura in gruppi-target già colpiti da decadimento cognitivo ha dato avvio ad un’ampia ricerca, tuttora in corso, nella quale si cerca di indagare come attraverso la lettura ad alta voce di fiction narrativa sia possibile influenzare positivamente il funzionamento della memoria di lavoro, la capacità di recupero di materiale mnestico episodico e autobiografico, in casi di deterioramento cognitivo. Tale lavoro mira a promuovere non solo un avvicinamento al libro ma anche ad incentivare il rapporto con la lettura considerata come strumento di crescita e di cambiamento, riconoscendone l’aspetto preventivo/curativo e annoverandola tra le attività utilizzate nel sostegno, nella terapia e in contesti di sofferenza e solitudine.

  1. Italiani e lettura

La lettura, oggi, in Italia, è in forte calo, come conferma l’ultimo rapporto Istat, uscito il 15 gennaio 2015, nel quale si evidenzia, osservando longitudinalmente, una parabola discendente del numero dei lettori, dopo il forte sviluppo degli anni 70-80. In quegli anni la crescita del numero di soggetti che hanno superato l’istruzione di base, per i noti fenomeni socio-economici, ha prodotto una crescita rilevante, crescita che è proseguita, seppure in modo molto più lento, sino alla fine del decennio scorso. Dal 2010 in poi ha avuto inizio la “crisi” invertendo il segno: da un progressivo aumento si passa al segno “meno” ed ha inizio la diminuzione sempre più evidente. Osservando i numeri si può evidenziare come la crisi della lettura sia da attribuire soprattutto a una diminuzione dei “lettori deboli”[1] (da 11,5 milioni del 2013 a 10,7 del 2014, pari a una variazione annua del -6,8%). I lettori deboli sono, ovviamente, la componente della popolazione che più facilmente può trasformarsi in “non lettori”. I “lettori forti”[2], sono invece il 14,3% dei lettori, e costituiscono una categoria sostanzialmente stabile nel tempo. Si conferma il divario di genere seppure i lettori siano in calo in modo complessivo. Sono meno della metà della popolazione: il 48% delle donne e solo il 34,5% degli uomini coloro che hanno letto almeno un libro nel corso dell’anno. Nonostante tali dati la lettura si sta configurando come pratica legata non esclusivamente ai tradizionali vantaggi che apporta in termini di alfabetizzazione e in termini culturali, ma anche come elemento in grado di facilitare processi di sviluppo a livello cognitivo ed emotivo nelle persone. La sua rilevanza emerge anche in quei contesti nei quali prevale la dimensione della “mancanza” o del “deterioramento” anziché quella dello sviluppo potenziale. Ascoltare un racconto ad alta voce favorisce processi di crescita e di apprendimento non solo sul piano cognitivo, ma anche nel versante emozionale.

  1. Lettura e anziani

Con la crescita, il libro diventa strumento prezioso e, poi, in particolar modo nella fase della vecchiaia, esso andrà a costituire un potente antidoto alle sensazioni di vuoto, di solitudine, di inutilità causati dalla diminuzione di impegni e, a volte, da presenze saltuarie degli affetti. La lettura è in grado di stimolare funzioni mnemoniche e potrà dare valore a una fase di vita esseniziale per l’elaborazione del vissuto, per i bilanci, per trarre, dal passato, una dimensione comunque prospettica. In questo senso, la lettura ad alta voce, può e deve diventare un’attività familiare, riconosciuta come opportunità del tutto particolare per la condivisione di pensieri e sentimenti, all’interno di tempi e spazi di vita comuni. In un certo modo questo può costituire un proseguimento dell’antica tradizione dei cantastorie, coltivata nel tempo da individui, popolazioni e differenti generazioni. La lettura ad alta voce è fonte di conoscenze e informazioni indispensabili per tutte le età e in tutte le condizioni fisiche, psichiche e sociali.

In tal senso si è provveduto alla costruzione di occasioni di lettura, organizzate in training narrativi, appositamente ideati, con anziani istituzionalizzati nelle RSA, già affetti da patologie che comportano un decadimento cognitivo a livello medio- grave e grave. Su tali basi si è strutturato il lavoro di ricerca, nel tentativo di individuare un training efficace, adatto alla particolarità della popolazione bersaglio.

  1. “Nuovi anziani…”

L’anziano in questo senso è una persona che, indipendentemente dall’età e dal livello di scolarizzazione e di decadimento cognitivo raggiunto, ha il diritto e, spesso, le risorse per essere protagonista del proprio personale invecchiamento. Oggi l’anziano non ricalca l’immagine stereotipata di anziano declinante, inattivo, passivo. Si profila invece un’immagine di anziano attivo, desideroso di nuove esperienze, felice di esistere, di rinnovarsi, capace di un giudizio critico e di muovere proposte migliorative della propria condizione. Un’ anziano che, attraverso l’ascolto e l’interazione dà voce ai propri desideri e ai propri bisogni, è un anziano attento al proprio benessere, che si prende cura della propria mente, del proprio corpo e della propria anima. La senilità è un argomento estremamente attuale ed emerge in tutta la sua complessità. L’Italia tra il 2011 e il 2012 si colloca al secondo posto, dopo la Germania, nella graduatoria relativa all’indice di vecchiaia di 27 paesi europei. Il periodo in cui ci troviamo si può definire il “secolo dell’invecchiamento”. L’aumento della vita media da un lato ha un significato positivo, in quanto sinonimo di maggior benessere e di migliori condizioni di vita, paradossalmente dall’altro lato aumenta lo squilibrio che si va creando nei sistemi di welfare (specie nella definizione e nei costi che comporta la costruzione di sistemi pensionistici sostenibili con la proporzione attuale e futura tra popolazione attiva e anziani che si modifica a tutto vantaggio dell’incremento di questi ultimi).

Ciò richiede, allora, una ristrutturazione profonda della società occidentale, che valorizzi gli anziani, non solo come cittadini che giustamente godono e godranno la propria pensione, frutto del proprio lavoro, ma anche come soggetti attivi e partecipi della società. Oggi non è infrequente vedere anziani che arrivano agli 80 e 90 anni con capacità di adattamento, riflessione e abilità fisiche e cognitive ancora rilevanti. Possono essere certamente depositi di esperienze e significati, preziosi. Nella modificazione delle componenti della popolazione, tuttavia, assistiamo ancora a fenomeni di marginalizzazione degli anziani medesimi con istituzionalizzazioni anche precoci che, alfine, comportano una contrazione dei tempi di deterioramento dell’autonomia e delle capacità cognitive.

  1. Deterioramento cognitivo e trattamenti non farmacologici: la lettura

Negli ultimi anni i trattamenti non-farmacologici nell’ambito di patologie degenerative hanno riscontrato un maggior consenso in ambito sanitario, rispetto al passato, tuttavia, pur con la presenza di evidenze ormai piuttosto chiare alcuni approcci rimangono confinati agli esperimenti, alle ricerche, a isolate esperienze, non ricorsive. La lettura costituisce, senza dubbio, uno strumento utile, in molti sensi, al rallentamento delle patologie degenerative, eppure non risulta ancora così diffusa. L’uso della narrazione e della lettura come strumento terapeutico è stato ampiamente dibattuto nel 20esimo secolo. Inizialmente il termine era utilizzato a proposito delle librerie che lavoravano congiuntamente alle professioni mediche, poi è diventato di maggior utilizzo nelle cosiddette “professioni di aiuto”, mentre ancor più recentemente è divenuto importante per la psicologia.

La parola “Biblioterapia” può indicare sia il “trattamento effettuato tramite i libri”, sia il “processo di interazione dinamica tra la personalità del lettore e la letteratura che avviene sotto la guida di un aiutante addestrato”. Potremmo utilizzare la definizione del termine, data da Rosa Mininno, fondatrice del primo sito internet italiano dedicato totalmente all’argomento. Per Biblioterapia si intende quindi “la terapia attraverso la lettura come strumento di promozione e crescita culturale personale e collettiva, come strumento di auto-aiuto, di acquisizione di conoscenze e promozione di consapevolezza in situazioni di disagio psicologico e sociale oltre che come tecnica psicoeducativa e cognitiva in ambito psicoterapeutico”.

  1. Effetti di lettura…

Laddove la lettura dei libri è maggiormente praticata è parimenti diffusa quella dei giornali, si va più spesso al cinema o al teatro, si ascolta più musica e si frequentano di più i musei. Si è potuto constatare come in tali circostanze si riscontri un tasso di reddito più elevato, una società più coesa, maggiori capacità di innovazione e sviluppo, un incremento di attenzione rivolto alla difesa della legalità, una diminuzione della criminalità, della corruzione nonché della discriminazione nei confronti delle donne.

Dal punto di vista psicologico la narrazione è un processo prettamente umano (Nelson,2003) che viene costruito ed opera a diversi livelli cognitivi. Una storia è la rappresentazione di eventi, che sono guidati da comportamenti intenzionali di personaggi con obiettivi unici, in ambienti immaginati che possono rimandare al mondo reale (Marr, 2004). Di conseguenza, processare un elemento di narrazione da parte del cervello umano diventa qualcosa di più complesso del mero processamento linguistico.

La lettura è in grado di facilitare lo sviluppo di una maggiore capacità di comprendere gli altri e di identificarsi con loro (Oatley, 2006; Mar 2009). La lettura sviluppa la facoltà umana del “pensiero narrativo”, l’intelligenza emotiva, la consapevolezza di sé (e/o del proprio disagio) portando, gradualmente, la persona ad una ristrutturazione del Sé. La lettura permette di sviluppare processi empatici e quindi di mentalizing ovvero comprendere le intenzioni, gli obiettivi, le emozioni e altri stati mentali dei personaggi (Frith & Frith, 2003). Le regioni cerebrali che sembrano contribuire al processamento narrativo sono molteplici: come dice Maar (Maar, 2005): ogni rete che supporta il linguaggio, la memoria, e anche la percezione è probabile che giuochi un ruolo fondamentale nella comprensione e interpretazione delle storie lette o ascoltate. La piattaforma teorica che ne emerge risulta interessante per la ricerca futura (Rubin & Greenberg, 2003), specie per la prevenzione e il trattamento dei disturbi derivanti da deterioramento cognitivo in soggetti anziani.

  1. La ricerca

Constatando allora che la comprensione di storie attiva aree cerebrali che sono funzionalmente sovrapposte ed intersecate a quelle deputate alla memoria episodica e autobiografica, si è dato avvio alla ricerca, attraverso alcune iniziali esperienze pilota presso l’RSA “Ninci” e l’Rsa “Pionta” di Arezzo (gestite dalla cooperativa Koiné), procedendo poi in una ulteriore Rsa di Perugia e poi nella provincia della città umbra.

Poiché in letteratura sono presenti, ancora, dati discordanti al riguardo, si è voluto valutare l’efficacia di un ciclo di training narrativo di 55-60 sessioni con gli anziani istituzionalizzati. I risultati hanno potuto dimostrare come un trattamento specifico e intensivo, rispetto a trattamenti più generici, possa rallentare la progressione della patologia e mantenere invariato non solo il quadro cognitivo ma anche le abilità funzionali. Tutti gli indicatori di cui disponiamo, mostrano una stretta correlazione tra la lettura dei libri e l’incremento della qualità della vita e del benessere complessivo della persona e delle comunità, come è emerso anche dalle ricerche stesse. In alcuni specifici domini di memoria abbiamo, inoltre, riscontrato significativi miglioramenti (non soltanto dunque un rallentamento, ma proprio il recupero di alcune abilità). Il training è stato condotto attraverso l’utilizzo di studenti universitari[3] che hanno partecipato a tutte le fasi: dalla costruzione del quadro teorico, sino alla formulazione delle ipotesi, all’individuazione degli strumenti di misurazione, sino al training narrativo stesso, del quale, insieme agli anziani, sono stati protagonisti e, poi, all’elaborazione finale dei risultati della prima sperimentazione.

Il libro come “spazio di vita conversazionale” (secondo un’espressione utilizzata all’interno del gruppo di ricerca) è risultato essere un ottimo ponte tra anziani e giovani, tra i quali si è instaurata già dalle prime fasi una relazione progressivamente più reciprocamente soddisfacente.

Gli studenti coinvolti nella ricerca hanno imparato a rapportarsi con gli anziani e ad ascoltare le loro esigenze, sperimentando l’empatia e imparando a sintonizzarsi con un mondo estremamente distante da loro. Molti tra gli studenti partecipanti hanno dovuto imparare a lavorare in gruppo, condividendo ogni aspetto dell’attività, con il fine di portare a termine nel miglior modo possibile gli obiettivi della ricerca, scontrandosi con propri limiti e difficoltà che hanno richiesto una gestione, a volte impegnativa, per lo staff di ricerca-didattico. Dal punto di vista della formazione universitaria hanno avuto concretamente la possibilità di avere a che fare con situazioni affrontate, sino a quel momento, soltanto a livello teorico affacciandosi al mondo della professione e iniziando a individuare i limiti e le risorse della professionalità sviluppata sino a quel momento ed essendo in grado di riflettere sulle competenze che andavano sviluppando.

Un esempio può essere costituito dalla gestione della frustrazione: lavorando con “utenti difficili” gli studenti hanno imparato a gestire lo stress e la fatica dovuti a momenti di non ascolto da parte dell’intero gruppo con il quale stavano lavorando, in alcuni momenti. I momenti di gratificazione, dovuti ai miglioramenti, a richieste di attenzione e di affetto da parte degli anziani, insieme al loro continuo esternare in trasparenza e semplicità il loro vissuto, hanno invece determinato una retroazione positiva in termini di motivazione sugli studenti stessi. A questo punto è importante sottolineare come l’utenza analizzata nella ricerca, comprenda anziani non autonomi, e nemmeno semi-autosufficienti o comunque con un buono stato cognitivo, ma soggetti fortemente deteriorati.

  1. Direzioni future

Risulta interessante proporre come future piste di ricerca lo stesso tipo di intervento con soggetti ancora con buono stato di salute complessivo. Cosa sarebbe successo in soggetti ancora non così deteriorati? Quanto la lettura riuscirebbe a ritardare un eventuale decadimento cognitivo? Potrebbe a questo punto aprirsi una nuova strada che consideri l’intervento narrativo non più solo come trattamento non farmacologico aggiuntivo, da proporre nelle fasi avanzate o molto avanzate della patologia, ma anche come pratica di vita e come efficace strumento di prevenzione. Ridurre al minimo le conseguenze delle malattie croniche attraverso una diagnosi precoce ed un efficace processo di prevenzione, insieme alla strutturazione di ambienti fisici e sociali che favoriscano la salute e la partecipazione delle persone anziane, costituiscono tappe essenziali ed irrinunciabili per un invecchiamento positivo e attivo, libero, autonomo e lontano da schemi precostituiti e fissi, privo di finalità da raggiungere che limiterebbero l’apertura dell’anziano attivo a un continuo miglioramento delle proprie condizioni, anche attraverso abilità di gestione e compensazione di alcune, inevitabili, perdite. La riflessione sulle possibilità non soltanto di rallentare il decadimento, ma di favorire un qualche recupero e “apprendimento”, nelle performances cognitive (e non solo) della terza età, apre scenari importanti circa il contributo che la lettura ad alta voce possa dare all’invecchiamento attivo della popolazione.

E’ necessario, perciò, promuovere adeguati programmi di prevenzione rivolti alle persone di tutte le fasce d’età[4], oltre al potenziamento dell’attività di ricerca, indirizzata alla comprensione più dettagliata dei meccanismi responsabili dei benefici indotti da un training narrativo e del miglioramento della qualità della vita. Le ricerche sinora condotte non vogliono costituire un punto di arrivo, bensì un punto di partenza. Altri esperimenti tesi a confermare quanto rilevato e specificare alcune dimensioni sono in corso. È possibile concludere dunque, pur con la cautela dettata da una ricerca che non si considera terminata, che i training di lettura paiono produrre un incremento, in gruppi di anziani fortemente deteriorati, delle prestazioni, nelle prove di memoria ed in abilità vicine a quelle direttamente esercitate. Questo suggerisce che training narrativi adeguatamente progettati possano essere una buona soluzione per supportare i meccanismi cognitivi che declinano con l’avanzare dell’età e costituire un potente strumento preventivo.

Giulia Toti, Marco Bartolucci, Federico Batini, Università degli Studi di Perugia (aprile 2015)