La divulgazione non è una scienza distinta dalla ricerca. Difficilmente un assioma così formulato ha avuto difensore più strenuo e convinto del mio Maestro Sabatino Moscati. Con la sua opera le ricerche sulle antichità puniche sono sempre andate di pari passo con la divulgazione, conquistandosi in Italia ed all’estero un’attenzione costante e diffusissima, come prova la sua ampia bibliografia raccolta nel 1997 sulla Rivista di studi fenici. Da allievo, spesso eterodosso, ma non scismatico, ho cercato di fare mio questo modo di vivere e scrivere. Certo, la didattica, a qualsiasi livello, è la via maestra per arrivare ad un buon risultato. Ma la buona didattica. Spesso infatti, soprattutto negli studi universitari, la didattica può essere un vero e proprio impedimento all’onestà intellettuale, vero e proprio motore della buona ed efficace divulgazione, generando alcune volte fenomeni di autoreferenza spesso compulsivi. Con l’andar del tempo, oscurando testimoni collaterali del proprio ambito di ricerca, si è portati a leggere e a tener conto solo dei proprî studî o di quelli che vi fanno capo. Da qui l’assoluta acquisizione di quella sicurezza “autorevole” che fa dello studioso da intervistato e partecipe di un vario mondo di ricerche, l’unico autorevole depositario della verità, che si concede di far partecipe il pubblico colto delle sue scoperte. Rese innocue le deboli voci del dissenso si ha la possibilità di manipolare storia ed archeologia e di porgere al grande pubblico le briciole del proprio sapere, quelle briciole che la donna cananea attende, supplice, da Gesù in Matteo 15, 21-28. Questa citazione mi porta a definire un altro aspetto del concetto espresso nel titolo di questo mio breve intervento. È luogo comune ritenere che nelle opere di divulgazione non si debbano utilizzare le note, a piè di pagina o nel testo. Ma chi l’ha detto? Le note, che non debbono certo contribuire a mostrare la propria erudizione, se ben poste sono un viatico prezioso per il lettore, che potrà in prima persona seguire il percorso dell’argomento che gli si propone. Un altro compito affidato alle note, se ben condotte, è quello di sottolineare la pluralità degli approcci agli argomenti trattati e che il percorso fatto nostro è inevitabilmente quello che parte, e non potrebbe essere altrimenti, dal patrimonio di ricerca di chi ci ha preceduto, e che purtroppo è spesso banalizzato.

Enrico Acquaro, già professore dell’Università degli Studi di Bologna (novembre 2015)