La storia della scienza è strutturalmente determinata dal tentativo di individuare le coordinate essenziali di un «metodo» in grado di garantire la validità e la coerenza dei risultati del processo conoscitivo e della ricerca che lo supporta. La consapevolezza di una strategia metodologica si intreccia, in tal senso, con la storia stessa dei saperi umani e del lento processo di razionalizzazione. Il biologo statunitense Edward O. Wilson ritiene di poter rintracciare nell’«incantesimo ionico» la scaturigine della «fiducia nell’unità delle scienze; la convinzione che il mondo sia ordinato e spiegabile grazie a un numero limitato di leggi naturali»[1]. In quello specifico orizzonte culturale si definiscono le coordinate essenziali di un sapere che, oltrepassando le verità proposte dal mito e dalla religione – sia in termini categoriali che metodologici -, costituisce un primo tentativo di interrogazione e comprensione della realtà secondo schemi razionali e verificabili[2]. Da quell’orizzonte storico-culturale la scienza ed i suoi modelli interpretativi hanno percorso un cammino lungo ed articolato che trova di certo un suo snodo decisivo nell’esperienza galileiana.

Col definirsi del metodo scientifico galileiano prende forma una insolita cosmologia che sposta la Terra e l’uomo dal centro del creato inaugurando, di fatto, un’antropologia che, rispetto ad un sapere dogmatico o fondato su euristiche di tipo intuitivo, fa valere la verità della scienza. La scienza si struttura attraverso una modalità di osservazione della realtà che contraddice le evidenze del senso comune (attestanti, senza margine di dubbio, fosse il sole a muoversi disegnando una parabola da oriente ad occidente). L’impresa galileiana getta perciò un nuovo sguardo conoscitivo sfidando le ipostatizzazioni teologico-aristoteliche e mettendo in discussione il geocentrismo fondato proprio sul senso comune e su semplici meccanismi intuitivi[3].

Lo statuto della scienza si definisce attorno alla messa in discussione di verità assiomatiche e credenza stratificate configurandosi come ininterrotto processo di esplorazione e di ristrutturazione della mondo, di disvelamento della realtà.

Nell’impresa scientifica qualsiasi asserzione è sottoposta al vaglio critico garantito da rigorosi meccanismi procedurali e da processi di codifica standardizzati che, oltretutto, rappresentano una sorta di argine etico non soltanto per la comunità scientifica, ma per il pubblico dei non specialisti: tra le maglie del metodo scientifico vengono alla luce la verità scientifica e le falsificazioni pseudoscientifiche. L’avventura della scienza e delle procedure metodologiche che ne garantiscono la correttezza è, sostanzialmente, una lunga e faticosa storia di tentativi di emancipazione, di affrancamento, da potenti auctoritates[4], si chiamino aristotelismo, senso comune o verità di fede.

  1. La nascita della scienza e, più precisamente, della «scienza moderna», fondata su regole e metodi basati sulle osservazioni oggettive dei fenomeni, si configura non tanto come evento temporalmente circoscrivibile in uno specifico contesto storico-culturale – sebbene una genesi della moderna avventura conoscitiva sia rintracciabile nel fervore dell’Europa del Seicento -, piuttosto come un lungo processo evolutivo attraversato anche da contraddizioni, un impasto di credenze e misticismo legato non di rado a convinzioni surreali di ordine culturale o religioso. Una storia, quella dell’emergere della moderna mentalità scientifica, che ha come filo conduttore la ricerca di un qualcosa di sempre nuovo, una traiettoria che corre lungo l’asse della tensione all’oltrepassamento, della meraviglia, da cui ha scaturigine l’interrogazione scientifica e di senso.

Nel tentativo di ricostruire la genesi della scienza moderna e della metodologia tecnico-scientifica, imprescindibile resta delineare, seppure sommariamente, protagonisti, tappe, correnti di pensiero che hanno contribuito alla definizione di quel corpus definito Scienza, dei suoi metodi e delle sue leggi, come ancora appare ai giorni nostri. «Chi vuole conoscere i segreti, sappia segretamente custodire le cose segrete, riveli ciò che va rivelato e sigilli ciò che va sigillato, non dia ai cani le cose sacre e non getti le perle davanti ai porci»[5]. La citazione è tratta dal De magia veterum o Arbatel de magia e, traccia una netta linea di demarcazione tra la sapienza alchemica, progenitrice della scienza, e la stessa scienza moderna, ossia l’idea di un sapere iniziatico appannaggio di pochi iniziati ossessivamente legati da un vincolo di segretezza che impediva di divulgare le conoscenze acquisite.

Nella ormai classica, Storia della scienza, curata da Paolo Rossi, proprio il tema della segretezza delle arti magiche, dell’interdizione alla diffusione delle nozioni alchemiche, rappresenta un motivo ricorrente all’interno di quella corrente di pensiero rinascimentale definita come ermetismo magico[6]. Allo stesso tempo però nella costruzione, ancora abbozzata, di quello che sarà poi il moderno metodo scientifico, un ruolo non estraneo al suo sviluppo, in piena epoca rinascimentale, è quello svolto dalla figura del mago – incuriosito della natura, attratto dalle macchine e dai congegni, intriso di «sperimentalismo» – che si confonde, si mescola a volte in maniera indistinguibile, a quella dello scienziato baconiano il cui sforzo è giungere ad una «magia rinnovata» capace di comprimere i tempi di quei processi che in natura si realizzano in lunghissimi archi temporali[7]. Nel novero dei costruttori della nuova immagine del sapere un posto di primo piano è occupato, in questa prospettiva, da Bacone al quale filosofi e scienziati del Seicento e più tardi esponenti dell’Illuminismo e del Positivismo guardarono come uno dei grandi «padri fondatori» della scienza moderna. Il suo contributo alla chiarificazione dei fini, dei valori e dei modi attraverso cui la scienza si pone rispetto alle altre forme e manifestazioni della vita culturale, appare più che decisivo. In particolare nella promozione della consapevolezza del ruolo sociale della vita scientifica, nella diffusa considerazione che progresso e miglioramento delle condizioni di vita rappresentano un traguardo per l’impresa scientifica, nell’idea che la collaborazione organizzata e pianificata fra i ricercatori costituiscono fenomeni della vita culturale[8]. Se da una parte Bacone conserva della tradizione magico rinascimentale l’assunto del «sapere come potenza», di una scienza «ministra della natura» che nell’investigazione del mondo si fa padrona della realtà fino a piegarla a suo piacimento[9], dall’altra nello spalancare alla scienza moderna un nuovo orizzonte definisce il metodo culturale magico-alchimistico come un sapere, in fondo, fantastico o superstizioso, qualificando, ad esempio, Agrippa come «un triviale buffone che di ogni cosa ignobile una farsa»[10] e Cardano come «un affannato costruttore di ragnatele in continua contraddizione con le cose e con se stesso»[11]. Ed è sempre Bacone, nel Redargutio Philosophiarum, a sostenere che se fra il cumulo di falsità la magia realizza qualcosa, ciò avviene non in vista dell’utilità quanto della sola novità, travasando in tal modo nel «nuovo sapere» quell’idea di utile che si affaccia nella cultura scientifica e mira al concreto miglioramento delle condizioni umane di vita. Il nuovo sapere cui Bacone guarda si dispiega attraverso una struttura organizzativa ed istituzionale che nei suoi progetti prevede la creazione di giardini botanici, biblioteche, laboratori, università. Il metodo della scienza ipotizzato da Bacone non lascia spazio al singolo, ma privilegia, ed eguaglia, le intelligenze. L’ideale baconiano della scienza diviene lentamente patrimonio comune, costruttore di una nuova epoca. «L’ardore della gente nell’aprire scuole» sembra infatti a Jan Amos Komensky (Comenius) intorno agli anni trenta del Seicento, una delle caratteristiche di questi tempi nuovi. La nuova immagine del sapere che ha il carattere dell’universalità si costruisce attorno ad un nucleo di pochi concetti chiave. Anzitutto l’idea che la sola appartenenza alla specie umana è garanzia di acceso alla scienza e alla verità per cui non è più indispensabile appartenere al novero di presunti iniziati. In secondo luogo, i percorsi attraverso i quali si rende accessibile la verità sono tutt’altro che complicati, al contrario possono essere fruiti utilizzando un linguaggio, non banale, ma semplice e chiaro. Infine, il terzo assunto, posto a corollario dei primi, ritiene che qualsiasi uomo può accedere al sapere[12]. Come poi diranno Arnauld e Nicole negli Éléments de géométrie, la scienza consiste solo «nel portare più avanti quello che sappiamo naturalmente»[13]. Su questo specifico punto torneranno, con una certa insistenza, gli autori più diversi che a vario titolo possono essere annoverati fra gli esponenti della rivoluzione scientifica del Seicento[14].

Se in epoca rinascimentale la scienza definisce se stessa a partire da un processo di smarcamento da visioni magiche, per giungere ad un’immagine della scienza, mutuata dalla tradizione illuministica, come marcia trionfale del sapere attraverso le tenebre della magia e della superstizione, non si può disconoscere il peso rilevante che la tradizione magico-ermetica ha esercitato sul pensiero di non pochi esponenti di spicco della rivoluzione scientifica. Si pensi, ad esempio, al Newton che non solo legge e riassume testi alchemici, ma dedica una porzione non secondaria del suo tempo a ricerche di natura alchemica[15]. E tuttavia, nello scandire le tappe della storia della scienza moderna, pur senza sconfessare il peso esercitato dalla cultura magico-alchemica, è difficile non registrare il profondo mutamento intervenuto nella ratio stessa del sapere scientifico. Una trasformazione che finisce con lo spostare l’attenzione su quello che si può definire come il fine utilitaristico della scienza e del progresso, morale, civile e politico, ad essa intrecciato.

Per gli epigoni della rivoluzione scientifica la restaurazione del potere umano sulla natura e l’avanzamento del sapere acquistano una significatività e una pregnanza esclusivamente in una cornice contestuale più ampia che finisce con l’includere la religione, la morale, la politica. La «teocrazia universale» di Tommaso Campanella, la «carità» di Bacone, il «cristianesimo universale» di Leibniz, la «pace universale» di Comenius, non sono separabili dai loro interessi e dal rinnovato entusiasmo acceso dalla nuova scienza: rappresentano ambiti entro i quali la scienza, il sapere tecnico-scientifico, può operare come strumento di liberazione e di riscatto, confini entro i quali la natura è, al tempo stesso, oggettivizzata, ma degna, comunque, di riverenza. Essa può essere «torturata» e piegata al servizio dell’uomo, ma resta «il libro sacro di Dio» da leggere in maniera ossequiosa e in spirito di umiltà[16].

III. La scientia, nella sua specificità di «sapere», se da una parte s’impone come insieme di dati, leggi e teorie già note, dall’altra si rappresenta come «scoperta continua di nuove cose, leggi e teorie critiche, spesso demolitrici o creative»; in altre parole «l’edificio della scienza non cessa mai di svilupparsi […] è sempre in uso»[17]. Nel corso del Novecento il fisico e storico della scienza inglese John Desmond Bernal ha tentato di tracciare, in maniera sistematica, un profilo storico della scienza a partire dalle origini della società umana. Uno sforzo che implicava uno studio della storia sociale ed economica parallelo a quello della storia della scienza; un tentativo di ripensare l’intera avventura scientifica alla luce di una ridefinizione dei rapporti fra scienza e società, confluito nella sua Storia della scienza. Di fatto, spiega Bernal, nella complessa dinamica tra lavoro scientifico ed aspettative sociali, lo scienziato agisce nella ferma convinzione di dover interagire con tre precise categorie sociali: i mecenati, persone o, nella maggior parte dei casi, enti che assicurano i fondi, i colleghi, attraverso i quali egli stesso può, più facilmente, «vendere» al mecenate i frutti del suo lavoro, infine, il pubblico, fonte di conoscenza e di ispirazione[18], senza il quale la scienza resta «un rito occulto praticato da un gruppo chiuso di eletti»[19].

Bernal mostra l’immagine di una scienza che assume sempre più il «prestigio di una professione esclusiva», sui generis rispetto alle altre, sempre meno accessibile[20] al pubblico, i cui risultati pratici non hanno quel «valore economico immediato»[21] tipico delle occupazioni comuni della società. Nel corso della storia della scienza l’istanza di ricercare un efficace metodo di validazione diviene sempre più cogente. In realtà se il bisogno di individuare un metodo nasce proprio con il pensiero umano, «solo con la scienza moderna esso diventa un problema fondamentale: infatti senza un metodo scientifico non è possibile accrescere le nostre conoscenze del mondo naturale»[22]. Di fatto i metodi seguiti dagli scienziati discendono dalla pratica della vita quotidiana e Bernal ne analizza le peculiarità tipiche: «lo scienziato si pone un compito ben preciso e osserva le condizioni in cui dovrà essere svolto per poi sperimentare i mezzi più adatti che ha a disposizione per svolgerlo»[23]: nel gergo, si passa dall’osservazione alla sperimentazione. L’osservazione è propedeutica ad un altro processo significativo che include la classificazione, finalizzata ad ordinare in un dato modo i vari gruppi di fenomeni, ed infine la misurazione, attraverso la quale si pone a confronto una data quantità-tipo con la quantità che deve essere pesata o misurata. L’introduzione della misurazione spiana la strada ad una massiccia sperimentazione: l’attività sperimentale si compie prima su vasta scala, in seguito su scala ridotta e con maggiore precisione. Naturalmente ciò si rende possibile grazie alla messa a punto di strumenti materiali creati dallo scienziato, che finiscono col costituire l’apparato della scienza, «utensili e strumenti della vita quotidiana adattati a scopi speciali»[24]. I risultati degli esperimenti danno forma al corpo organico della conoscenza scientifica, attraverso catene logiche essi vengono raggruppati tra loro, collegati, messi a confronto in un ininterrotto processo di elaborazione fino a costruire «un edificio più o meno coerente di leggi, princìpi, ipotesi e teorie»[25]. È il metodo attraverso il quale l’agire scientifico si dispiega con l’intento di tentare di risolvere una serie di problemi, rispondere ad istanze ed aspettative diverse per la maggior parte legate a bisogni sociali[26]. A parere di Bernal «il progresso della scienza si è di fatto attuato mediante la soluzione dei problemi posti anzitutto dall’immediata necessità economica, e solo in un secondo momento sono sgorgati dal precedente pensiero scientifico», aggiungendo che «è molto più difficile individuare un problema che trovare la soluzione. Il primo atto richiede immaginazione, il secondo solo ingegno»[27]. Spesso la storia della scienza è rappresentata come una storia di grandi scoperte cui si sarebbe giunti passando per una sorta di disvelamento ordinato e coerente dei segreti della natura in maniera del tutto scollata dai contesti socio-culturali entro i quali, le stesse scoperte, sono maturate e, tuttavia, se «possiamo affermare che il grande uomo ha avuto un’importanza determinante nel progresso scientifico, ciò non vuol dire che sia possibile considerare la sua opera rescissa dall’ambiente sociale in cui è nata»[28]. La comprensione del mondo passa attraverso la preliminare considerazione che lo scienziato partecipa al proprio tempo, ne è pienamente inserito: è questa la precondizione per promuovere un cambiamento sostanziale e una svolta nel cammino della conoscenza umana.

  1. Il problema dell’origine del sapere scientifico può essere approcciato a partire da un’analisi preventiva di quelli che rappresentano i due principali strumenti d’indagine della realtà, vale a dire la facoltà di ragionare e la facoltà di entrare in contatto con il mondo attraverso la mediazione sensoriale, ossia di osservare il mondo. Gli studiosi che hanno posto a fondamento della conoscenza l’esclusivo utilizzo della ragione sono conosciuti come «razionalisti», quelli che, invece, individuano le basi della scienza nell’uso dei sensi, e dunque nell’osservazione, sono solitamente detti «empiristi»[29]. Risale al XVI secolo l’avvio della riflessione intorno alla definizione del metodo scientifico, al quale ricorrere per produrre saperi scientifici. Una riflessione che acquista una sua sistematicità solo un secolo più tardi con le intuizioni di Bacone e di Cartesio. Per il primo la centralità dell’osservazione della natura e dei fenomeni resta imprescindibile, osservazione che può compiersi attraverso l’utilizzo del ragionamento induttivo, o sintetico, che, muovendo dal particolare al generale, rende possibile la formulazione di un insieme di principi generali. Secondo Bacone gli studiosi della natura avrebbero dovuto accantonare ogni pensiero filosofico e speculativo, dal momento che, la fondazione di una vera conoscenza scientifica poteva realizzarsi esclusivamente sulla base di fatti osservati derivanti dall’esperienza e dalla prassi sperimentale. Proprio quest’ultimo aspetto finisce per rappresentare, nell’orizzonte baconiano, il costrutto essenziale di una scienza che, nell’emanciparsi da ogni forma di pregiudizio speculativo, si costruisce attraverso l’osservazione scrupolosa e la sperimentazione sistematica. Una procedura che   dalla conoscenza accumulata dei fatti osservati e sperimentali giunge alle verità generali attraverso un metodo induttivo ed empiricamente fondato[30].

Cartesio, invece, per il quale la matematica rappresentava la regina delle scienze, propone un ragionamento di tipo deduttivo o analitico, che, all’opposto, procede dal generale al particolare.

Se Bacone aveva insistito sull’opportunità di disfarsi dei preconcetti e delle credenze religiose, Cartesio radicalizza la volontà di liberare il pensiero da tutto ciò che considera superfluo, arcano, comunque non scientifico. Ne Il discorso sul metodo (1637) propone una netta separazione tra Chiesa e Ragione muovendo dalla premessa che esiste un Dio perfetto e giusto il quale ha posto delle leggi nella Natura, che, a loro volta, sono razionali e conoscibili dall’uomo, in quanto essere razionale. Il mondo è comprensibile proprio perché Dio lo ha creato tale. Pertanto gli uomini possono comprendere il mondo dal momento che la capacità di giudicare e conoscere «secondo la ragione» è stata loro data, anche se, talvolta, può essere offuscata dai pregiudizi[31]. La conoscenza della natura si dà soltanto facendo astrazione dai sensi, ecco il motivo per cui diviene imprescindibile l’urgenza di rifondare le scienze tramite un metodo semplice, comune a tutte, fondato sulla matematica e sulle leggi della meccanica. Partendo dai fondamenti del sapere (i principi primi), gli scienziati stabiliscono, mediante ragionamenti deduttivi, i principi generali di un sapere scientifico, dai quali sarà possibile dedurre teorie e leggi oggettive. Una volta posta la verità degli assiomi di partenza, tutto ciò che ne discende è vero, grazie al rigore della logica e della matematica[32].

Le intuizioni di Bacone e Cartesio «costituiscono due esempi significativi del cambiamento ormai in atto nel modo tradizionale di concepire la natura, cambiamento che prese per l’appunto avvio nel Rinascimento e che si affermò decisamente nell’Illuminismo. Le opposte riflessioni dei due filosofi tendevano ad un comune obiettivo: fare in modo che lo studio della natura potesse svolgersi ed esprimersi in totale autonomia e fosse libero dai condizionamenti della metafisica e della religione»[33]. Le loro opere ebbero larga diffusione intorno al XVII secolo, secolo che viene convenzionalmente indicato come quello della «rivoluzione scientifica», e, nel corso del quale, inizia a delinearsi, in maniera più netta, la separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica sulla base del ricorso sistematico ad un metodo fondato sulla comprensione «oggettiva» della natura.

  1. Nel classico sulla Struttura delle rivoluzioni scientifiche Thomas S. Kuhn introduce, per valutare lo sviluppo e il progresso della scienza, due dimensioni categoriali particolarmente funzionali alla determinazione di un piano di analisi dell’articolazione del sapere scientifico nella sua specificità. Kuhn intende per scienza normale «una ricerca stabilmente fondata su uno o su più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costruire il fondamento della sua prassi ulteriore»[34]. Con «scienza normale» si fa dunque riferimento ad un sistema condiviso di teorie e prassi che definiscono il carattere stesso della ricerca scientifica a partire, appunto, dal riconoscimento della loro validità: la definizione di Kuhn evidenzia chiaramente una connotazione storica del carattere «normale» di un sapere scientifico, definito entro i limiti di una più o meno estesa periodizzazione. Accanto alla definizione di «scienza normale», il concetto di «paradigma» rappresenta il nucleo fondativo dell’analisi kuhniana, rappresentando sostanzialmente l’essenza stabilizzante che definisce in se stessa la portata della normalità scientifica. Se in genere «per paradigma si intende un modello o uno schema accettato, […] in una scienza […] un paradigma è raramente uno strumento di riproduzione. Invece, analogamente ad un verdetto giuridico accettato nel diritto comune, è lo strumento per una ulteriore articolazione e determinazione sotto nuove e più restrittive condizioni»[35]. Il paradigma tende ad imporsi ad un’epoca e ad una comunità scientifica in forza della sua capacità di rispondere e risolvere problemi che la comunità stessa riconosce come urgenti. In tal senso, Kuhn chiarisce che il carattere preminente del paradigma non è l’esaustività rispetto ad una categoria di problemi, ma la sua portata ed efficacia relative[36].

In questa prospettiva, complementare alla categoria di «paradigma» troviamo l’orizzonte della «promessa»: in altri termini la prospettiva realizzativa che un paradigma è in grado di aprire e che, in relazione alla previsione dei risultati rispetto al gruppo di problemi urgenti di una scienza, determina il successo stesso di un particolare paradigma. La scienza «normale» è dunque un sapere fondato su «paradigmi» storicamente caratterizzati: esiste un’interconnessione strutturale tra le dinamiche della ricerca nello spazio speculativo di una scienza «normale» ed il riferimento ad un «paradigma», che, in sostanza, sostiene una tradizione di ricerca. La strutturazione di una scienza «normale» lungo le direttrici indicate dal «paradigma» segue, secondo Kuhn, due fasi fondamentali: acquisire le coordinate del paradigma e ripulirlo «estendendo la conoscenza di quei fatti che il paradigma indica come particolarmente rivelatori, accrescendo la misura in cui questi fatti si accordano con le previsioni del paradigma, e articolando ulteriormente il paradigma stesso»[37]. Una scienza «normale» tende, dunque, a focalizzare l’attenzione su ciò che un «paradigma» indica come sistema di fatti fondamentali, introducendo in tal modo un modello procedurale che prevede «restrizioni» nell’ambito della ricerca, diretta emanazione della struttura stessa del paradigma. Le restrizioni non entrano in contrasto con il più generale processo di sviluppo del sapere scientifico nella misura in cui «la scienza normale possiede un meccanismo interno che assicura il rilassamento delle restrizioni che vincolano la ricerca ogniqualvolta il paradigma da cui quelle derivano cessa di funzionare efficacemente»[38].

Ciò che sembra emergere dall’analisi kuhniana è una struttura funzionale della ricerca scientifica che si organizza secondo orizzonti problematici dominati da «visioni del mondo» rivolte alla risoluzione efficace di questioni specifiche e supportate dalla forza costruttiva offerta dalla prospettiva scelta. Il cammino della scienza segue, dunque, itinerari tracciati dalla definizione di «paradigmi» in grado di realizzare convergenze all’interno della comunità scientifica; va però precisato che «il cammino verso un consenso duraturo nel campo della ricerca è straordinariamente arduo»[39]. La configurazione di un «paradigma» non è un processo lineare e scontato e si articola, secondo Kuhn, attraverso ripuliture e ricostruzioni che caratterizzano la durata complessiva della prospettiva paradigmatica. «Dall’antichità preistorica in poi, tutti i campi di studio, uno dopo l’altro hanno attraversato la linea di separazione che divide ciò che lo storico potrebbe chiamare la preistoria del campo, considerato come scienza, e la sua storia propriamente detta»[40]. Il cammino di un sapere segue percorsi imprevedibili e strettamente correlati alla natura più propria del sapere stesso: ogni scienza ha vissuto una transizione da uno stadio di immaturità e di incertezza ad uno stadio di maturità e di progressiva acquisizione di consapevolezza rispetto alla propria natura ed ai propri obiettivi. Un paradigma risponde a domande che vengono definendosi all’interno dell’arco costitutivo del suo stesso statuto teorico e pratico: in questo senso il rapporto tra paradigma e sistema di interrogativi a cui esso dà origine, prova a rispondere, risponde effettivamente e lascia irrisolti, è rappresentabile attraverso dinamiche soltanto parzialmente riconducibili ad un modello lineare e razionalizzabile. Prima di tutto va specificato che «per venire accettata come paradigma, una teoria deve sembrare migliore delle altre teorie in lizza, ma non deve necessariamente spiegare tutti i fatti coi quali ha a che fare, e di fatto non li spiega mai tutti»[41]. Un paradigma ha, quindi, una strutturale incompiutezza: genera problemi, risolve antichi problemi e nuove questioni, ma lascia aperto un orizzonte di questioni che vanno a sedimentarsi all’interno ed all’esterno dello spazio concettuale di una teoria paradigmatica.

Un paradigma deve costruire strumenti interpretativi per spiegare fatti; in tal senso, la connessione tra teoria e natura assume una rilevanza determinante nella strutturazione complessiva di un paradigma e nella sua possibilità di essere condiviso e accettato dalla comunità di esperti del campo[42]. «I problemi concernenti l’articolazione del paradigma sono al tempo stesso teorici e sperimentali più di quanto lo sia ogni altro tipo di ricerca normale»[43]: il rapporto tra teoria e sperimentazione riproduce in forma paradigmatica il rapporto tra interpretazione e natura e proprio nella tensione che questo piano di interconnessione tende a generare si realizza il complesso di processi che determinano un paradigma. Nella tensione costruttiva il paradigma non viene soltanto strutturato, ma migliorato, ripulito e riarticolato: per molti versi è questo il senso più intimo e caratterizzante dell’attività scientifica. Una scienza «normale» si definisce in questa attività attraversata da tensioni ricostruttive: un paradigma si costruisce nel confronto con i fatti e, nell’analisi kuhniana, ciò avviene secondo una triplice modalità – connessa al carattere peculiare dei fatti -. «Innanzitutto v’è quella classe di fatti che il paradigma ha indicato come particolarmente rivelatori della natura delle cose. […] Una seconda abituale, ma più piccola, classe di determinazioni fattuali riguarda quei fatti che, pur non avendo per se stessi un grosso interesse, possono venire direttamente messi a confronto con le previsioni ricavate dalla teoria paradigmatica. […] Una terza classe di esperimenti e di osservazioni […] consiste nel lavoro empirico intrapreso per arricchire la teoria paradigmatica, risolvendo alcune delle ambiguità che vi sono rimaste»[44].

Questa configurazione dei fatti evidenzia il carattere dinamico e complesso della scienza «normale» che si muove lungo tre assi strutturali – che ne determinano l’assetto interno e le dinamiche operative -: «la determinazione di fatti rilevanti, il confronto dei fatti con la teoria, e l’articolazione della teoria»[45]. Apparentemente, la ricostruzione kuhniana presenta una scienza «normale» che difetta in termini di innovazione; in verità la direzione dei processi che conducono ad un paradigma non si muove verso novità inattese, ma verso previsioni interne al paradigma stesso. «Per gli scienziati, almeno, i risultati ottenuti nel corso della ricerca normale sono significativi perché accrescono la portata e la precisione con cui il paradigma può essere applicato»[46]. Secondo questa chiave interpretativa proposta da Kuhn il carattere peculiare della scienza «normale» è definibile attraverso la categoria di «rompicapo». La scienza «normale» cerca di risolvere problemi anticipati nella sua ricerca attraverso modalità nuove rispetto alle strategie utilizzate in precedenza: questo percorso consiste concretamente «nella soluzione di tutta una serie di complessi rompicapi strumentali, concettuali e matematici»[47]. Rompicapo e solutore di rompicapo rappresentano categorie essenziali alla comprensione della struttura dinamica del sapere scientifico: nella certezza della soluzione il rompicapo definisce il suo valore costruttivo e la sua funzione operativa nella conformazione dell’assetto di un paradigma. Il rompicapo non è mai un enigma dal carattere aporetico, esso assume un valore costruttivo a partire dalla previsione della soluzione; in tal senso assumono valore determinante per una scienza «normale» i rompicapo solubili. Questa prospettiva concentra nelle mani del ricercatore e nella sua abilità come solutore la responsabilità della soluzione. «La sfida personale è come risolvere i rompicapo rimasti insoluti»[48]: in questa sfida si definisce il ruolo del ricercatore, dello scienziato, dell’individuo che è propenso a confrontarsi con gli interrogativi solubili rimasti insoluti in un campo specifico del sapere. «Lo scienziato […] deve sentirsi impegnato a comprendere il mondo e ad estendere la portata e la precisione dell’ordine che gli è stato dato. Questo impegno lo deve, a sua volta, guidare a scrutare, da solo o con l’aiuto dei colleghi, alcuni aspetti della natura fin nei minimi dettagli empirici. E se tale esame svela sacche di apparente disordine, queste lo devono allo stimolare a raffinare ulteriormente le sue tecniche di osservazione o a dare maggiore articolazione alle sue teorie»[49].

Pasquale Capasso, Enrica Rosa Granieri, Francesco Manfredi, Michele Saviano, Joseph Spina, Associazione Culturale DiSciMuS RFC (novembre 2016)

 

Note

[1]  E. O. WILSON, L’armonia meravigliosa. Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza, Milano, 1998, pp. 4-5. Secondo Wilson le basi di questa convinzione sono individuabili nella Ionia del VI secolo a. C., nella figura di Talete di Mileto e della temperie culturale che pervade alcune colonie greche in Asia Minore e nel Mediterraneo. Soltanto due secoli dopo Aristotele definì Talete come fondatore delle scienze fisiche. Talete riteneva che la materia fosse costituita da acqua; tale convezione esprime una metafisica fondata sulla basa materiale del mondo e sull’unità della natura.

[2]  Cfr. E. O. WILSON, op. cit., p. 7. «È questa la fonte dell’incantesimo ionico, scegliere di indagare la realtà oggettiva invece della rivelazione è un modo alternativo per soddisfare la nostra fame di religione». Ibidem.

[3]  “Cosa hanno in comune i postulati di Euclide, la statica di Archimede, il concetto ippocratico della malattia, il principio d’inerzia o la prima legge del moto, il calcolo infinitesimale, la teorica cinetica del calore, la teoria della selezione naturale, la tavola periodica, la relatività speciale, la teoria microbica delle malattie e il codice genetico? Partono da ragionamenti che vanno contro l’esperienza comune e, usando diversi accorgimenti operativi, arrivano a scoprire le leggi che governano il mondo naturale, o realtà che non sono accessibili ai nostri sensi. Ma le cui caratteristiche spiegano molte più cose delle nostre intuizioni”. G. CORBELLINI, Il sapere che ci migliora la vita, in DOMENICA Il Sole 24 Ore, 21 Agosto 2011 n. 227, p. 34.

[4]  Cfr. Introduzione al Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, di A. PINOTTI, in G. GALILEI, Dialogo dei massimi sistemi, Milano 1996, pp. 14-18.

[5]De magia veterum o Arbatel de magia, Basilea, 1575, in AA. VV. Storia della scienza, op. cit.

[6]  Cfr. AA. VV., Storia della scienza, Vol. I, (a cura di Paolo Rossi), Torino, 1988, p. 41. Già infatti l’oratio dei filosofi alchimisti – scrive Pietro Bono da Ferrara attorno al 1330 – è scritta «in termini enigmatici, con figure estranee ed impossibili» al fine di non rivelare la «preziosa gemma» del sapere a chi non è degno, a chi non è dotto al punto di comprenderla (Cfr. PIETRO BONO, Pretiosa margarita novella, 1330, in AA. VV., Storia della scienza, op. cit.). Ancora, più tardi, circa due secoli dopo, Agrippa scriveva circa la distinzione fra uomini mortali e uomini divini dotati della sapienza alchemica a cui gli uomini mortali non potevano accedere: «Confidare al volgo le parole impregnate della maestà divina è un’offesa alla religione» (Cfr. AGRIPPA, Filosofia occulta o della magia, Parigi, 1531, in AA. VV., Storia della scienza, op. cit.). Platone proibì la divulgazione dei misteri, Pitagora obbligava al silenzio i suoi discepoli, Tertulliano pretendeva il giuramento del silenzio, addirittura Cristo stesso celò il suo verbo in modo che solo i discepoli più fidati potessero intenderlo. Concludeva, Agrippa, che ogni esperienza di magia «aborre il pubblico, vuole essere nascosta, si fortifica nel silenzio e viene distrutta ove venga dichiarata» (Cfr. Ibidem.).

[7]  Cfr. AA. VV., Storia della scienza, op. cit., p. 43. Intersezioni, sovrapposizioni, contatti, tra sapere magico-alchemico e scienza moderna che in epoca rinascimentale sono più che frequenti. “I bordi di quell’incredibile arazzo che fu tessuto nell’età del Rinascimento da maghi ed alchimisti si sovrappongono in più punti al tessuto della scienza e della tecnica moderna”. Ivi, p. 47.

[8]  Ivi, p. 44.

[9]  Cfr. Ivi, p. 47.

[10]  F. BACONE, Temporis Partus Masculus, 1603, in AA. VV., Storia della scienza, op. cit.

[11]  AA. VV., Storia della scienza, op. cit.

[12]  Cfr. Ivi, pp. 43-52.

[13]  A. ARNAULD – P. NICOLE, Éléments de géométrie, 1669, in AA. VV., Storia della scienza, op. cit.

[14]  In Marin Mersenne il presupposto, di natura anti-magica ed anti-alchemica, dell’uguaglianza delle idee è espresso con particolare chiarezza: «Un uomo non può fare nulla che un altro uomo non possa ugualmente fare e ciascuno contiene in sé tutto il ciò che è necessario per filosofare e ragionare di tutte le cose». M. MERSENNE, Quaestiones in Genesim, 1623, in AA. VV., Storia della scienza, op. cit.

[15]  Cfr. AA. VV. Storia della scienza, op. cit., pp. 47-48.

[16]  Cfr. Ivi, pp. 104-105.

[17]  J. D. BERNAL, Storia della scienza, Roma, 1969, p. 22.

[18]  Ivi, pp. 11-12.

[19]  Ivi, p. 11.

[20]  Il problema dell’accessibilità o meglio della trasmissibilità di notizie ed informazioni di contenuto tecno-scientifico attraverso uno stile chiaro semplice, ma non banale, che eviti inutili tecnicismi, così da destare interesse e raggiungere un pubblico eterogenei di cultura media, resta sullo sfondo del più ampio tema, ad esempio, del rapporto tra scienza, media e comunicazione. (Cfr. U. APOLLONIO, Scienza e ricerca: conquiste, sfide e dilemmi. L’importanza della divulgazione scientifica e tecnologica, Rubettino, 2002, p. 10.). E proprio il linguaggio della scienza, forse fra gli strumenti più importanti di cui essa dispone, rischia di essere, di fatto, una «barriera tra la scienza e l’uomo comune», rendendo urgente una sorta di «travasato nel linguaggio comune» per essere quanto più accessibile ad un pubblico sempre più vasto. (Cfr. J. D. BERNAL, op. cit., p. 16.).

[21]  J. D. BERNAL, op. cit., p. 9.

[22]  G. POLIZZI, Metodi scientifici. Come orientare la conoscenza della realtà, Enciclopedia dei ragazzi, 2006, p. 1.

[23]  J. D. BERNAL, op. cit., p. 13.

[24]  Ivi, p. 15.

[25]  Ivi, p. 16.

[26]  In tal senso non meno annosa appare la questione della scelta degli interrogativi cui la scienza dovrebbe rispondere. Cfr. A. SCIPIONI, Scienza e metodo scientifico, 2009, p. 6.

[27]  J. D. BERNAL, op. cit., p. 17.

[28]Ibidem.

[29]  Questo non significa che gli empiristi non facciano uso della ragione. Significa che i razionalisti ritengono possibile produrre idee di natura scientifica senza disporre di dati d’osservazione, mentre gli empiristi ritengono che senza dati di osservazione non sia possibile produrre alcuna idea di natura scientifica. All’interrogativo Qual è l’ingrediente di base per elaborare conoscenze scientifiche? i razionalisti rispondono “il ragionamento”; gli empiristi ribattono “l’osservazione”. I filosofi dell’empirismo ritengono che le informazioni che provengono dai sensi hanno un ruolo fondamentale nell’acquisizione di conoscenza; a parere loro, infatti, la conoscenza scientifica si raggiunge tramite le facoltà percettive, ovvero grazie all’esperienza personale. Essa, dunque, è una conoscenza provata: le sue leggi/teorie derivano dai fatti acquisiti tramite osservazioni ed esperimenti. Di conseguenza, il sapere scientifico è tale solo perché oggettivamente dimostrato.

[30]  Cfr., E. ROLETTO, Produzione ed evoluzione dei saperi scientifici, Roma 2009, p. 19. Secondo Bacone l’induzione è un ragionamento che “interpreta” l’esperienza, riflettendo a lungo su di essa e, da essa, estrapolando progressivamente dei principi generali. Si tratta, dunque, di un ragionamento che procede dal noto verso l’ignoto e la cui natura è ampliativa, in quanto le conclusioni alle quali giunge rappresentano qualcosa di più ampio delle premesse e dei fatti dai quali si è partiti. Lo scienziato in quest’ottica avrebbe dovuto procedere metodologicamente secondo un modello standard così sintetizzabile: moltiplicare (repetitio) e variare (variatio) le esperienze empiriche, estenderle (extensio) all’insieme del campo empirico preso in considerazione; trasferirle (traslatio) a campi empirici collaterali; praticare la soppressione (compulsio) di una variabile e notare le conseguenze sul fenomeno studiato. Infine, si devono combinare (copulatio) più esperienze e, grazie all’applicazione (applicatio) delle conoscenze, mettere in evidenza nuove proprietà. A suo avviso lo scienziato deve procedere lentamente e progressivamente, gradino dopo gradino; in tal modo egli potrà formulare ipotesi solo dopo un’ordinata raccolta di dati e proporre una teoria solo dopo un’accurata sperimentazione. Un metodo di ricerca della verità fondato esclusivamente sui sensi e sull’intelletto.

I fenomeni osservati dallo scienziato non devono poi essere semplicemente elencati, bensì classificati in base a precisi criteri stabiliti, ossia classificati compilando apposite Tavole: di presenza, di assenza, dei gradi o comparative e di esclusione. In questo modo lo scienziato opera una scelta tra i fenomeni osservati, escludendo i fatti non importanti. Grazie al ragionamento induttivo possono emergere le “qualità elementari” delle cose, quelle che Bacone chiama “forme”; gli scienziati, a loro volta, arrivano alla spiegazione dei fenomeni naturali tramite le relazioni che si possono stabilire tra le forme. La scienza di Bacone è essenzialmente qualitativa e dipende dalle impressioni sensoriali. Nel diciassettesimo secolo la diffusione dell’ideale di scienza baconiano rappresentò una svolta rivoluzionaria. Essa era maturata in un contesto nel quale la risoluzione di problemi di qualsiasi natura era stata, fino ad allora, affidata alla metafisica e alla religione. In un mondo nel quale l’alchimia e le pratiche magiche erano abituali le idee di Bacone si affermarono come una vera e propria rivoluzione paradigmatica.

Il modello empirista sarà ripreso due secoli dopo dal Positivismo, del quale Auguste Comte è ritenuto forse il più illustre rappresentante. Come Bacone, Comte pensava che la conoscenza scientifica si basasse sui fatti osservati escludendo così qualsivoglia speculazione aprioristica che precedesse l’osservazione dei fatti stessi. La scienza «positiva» si costruisce sull’interpretazione a posteriori dei fatti osservati. Il filosofo francese, tuttavia, riconosceva che la mente ha bisogno di una teoria, per dedicarsi all’osservazione: è necessario collegare i fenomeni osservati a un principio generale per poter giungere a delle conclusioni. Di fronte alla contraddizione di un’osservazione che per risultare sensata deve integrarsi in un quadro teorico già disponibile (e quindi a priori), Comte sostiene che la mente dell’uomo prima di giungere al pieno della maturità, quella nella quale potrà dedicarsi esclusivamente ai fatti, attraversa uno stato primitivo nel quale è possibile che essa attribuisca importanza a speculazioni senza fondamento scientifico, che però finiscono col rappresentare l’architettura teorica della quale essa ha bisogno per poter interpretare le osservazioni che arriveranno successivamente.

Pertanto, le teorie a priori, che non hanno senso nella prospettiva «positiva», pur essendo indispensabili al suo funzionamento, «vengono considerate come i residui dei primi balbettamenti della nostra mente” (Ivi, 31.) L’evoluzione della mente umana passa attraverso tre fasi che Comte così definisce: Fase Teologica o Fittizia, nel corso della quale la mente si interessa essenzialmente della natura intima degli esseri: le cause prime e finali sono attribuite ad agenti soprannaturali (dei, spiriti, ecc.); Fase Metafisica o Astratta, la quale non sarebbe altro che una semplice modificazione della precedente: gli agenti sovrannaturali sono sostituiti da forze astratte, entità in grado di provocare i fenomeni osservati (ad esempio, la forza vitale delle molecole organiche); Fase Scientifica o Positiva, nel corso della quale la mente umana riconosce l’impossibilità di pervenire a conoscenze assolute e rinuncia a cercare le cause ultime dei fenomeni (gli scienziati attraverso l’osservazione e il ragionamento, si limitano a scoprire le leggi naturali che regolano i rapporti esistenti tra i fatti e ne permettono la previsione).

I critici del positivismo, a tal proposito, sosterranno che i positivisti, limitando il sapere scientifico solo a ciò che è percepibile con i sensi, hanno notevolmente ristretto il campo di indagine della scienza stessa. Al positivismo verrà altresì imputata l’assoluta negazione dell’intervento di qualsiasi tipo di conoscenza apriori nella costruzione delle teorie; quasi dimenticando che l’osservazione è qualcosa di attivo, cioè, «osservare non è vedere; l’osservatore scientifico non si limita a contemplare passivamente la natura, con i sensi in stato di allerta, pronto ad afferrare il fatto che potrà essere oggetto di una nuova legge. L’osservazione scientifica esige la partecipazione della mente che è all’origine e la indirizza secondo le proprie esigenze. L’osservazione non è mai una “constatazione” priva di ogni idea preconcetta, ma il risultato di un “progetto”, di una volontà di ricostruzione del reale» (Ivi, p. 33.).        

[31]  Ivi, p. 24. In base a ciò, Cartesio fa dedurre l’intero universo da Dio, tramite un metodo chiaro ed esatto in ogni suo passaggio. Come per Bacone, anche per Cartesio il metodo è tutto. È solo grazie ad esso che è possibile la conoscenza della natura e, tuttavia, per i due studiosi le regole che rendono un metodo valido sono diverse. Da una parte Bacone, la cui proposta metodologica, quella induttiva, vede nell’osservazione e nell’esperimento i due momenti chiave, dall’altra Cartesio, per il quale il solo ragionamento deduttivo garantisce un approdo alla verità.

Diversamente dagli empiristi del suo tempo, per Cartesio la conoscenza del mondo non può derivare dall’enumerazione e dalla classificazione dei fenomeni osservati (proprietà qualitative), piuttosto dall’individuazione di un principio matematico esatto (proprietà quantitative). Contrariamente da Bacone Cartesio, nel riconoscere la natura ingannevole dei sensi, considera la matematica l’unico strumento per acquisire la conoscenza. Per questo motivo è necessario individuare il metodo proprio della matematica estendendolo a tutte le discipline. Poste queste premesse si chiarisce il motivo per cui Cartesio non aveva nella massima considerazione la sperimentazione; era infatti convinto che l’oggettività del sapere scientifico trovasse il suo fondamento proprio nei principi a priori (assiomi iniziali) ritenendo pertanto superfluo il supporto di dati sperimentali. Pur non escludendo del tutto la sperimentazione, semplicemente non la riteneva utile alla produzione di nuove conoscenze, al massimo avrebbe potuto confermare ulteriormente le teorie ricavate attraverso il ragionamento deduttivo.

[32]  Cfr. Ivi, p. 26.

[33]Ibidem.

[34]  T. S. KUHN, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino 1969, p. 29.

[35]  Ivi, p. 43.

[36]  Cfr. Ivi, p. 44.

[37]Ibidem.

[38]  Ivi, p. 45.

[39]  Ivi, p. 35.

[40]  Ivi, p. 41: «Queste transizioni ad uno stadio di maturità sono state raramente così improvvise ed inequivocabili come la mia discussione, necessariamente schematica, potrebbe far pensare. Ma non sono state neppure storicamente graduali, ossia coestensive con lo sviluppo globale dei campi rispettivi nei quali hanno avuto luogo». Ibidem.

[41]  Ivi, p. 37.

[42]  Cfr. Ivi, p. 51.

[43]  Ivi, p. 54.

[44]  Ivi, pp. 45, 46, 48.

[45]  Ivi, p. 54.

[46]  Ivi, p. 57.

[47]Ibidem. «I termini rompicapo e solutore di rompicapo mettono in luce parecchi dei temi che hanno acquistato una importanza sempre maggiore nelle pagine precedenti. I rompicapo sono, nel significato assolutamente usuale qui usato, quella speciale categoria di problemi che possono servire a mettere a prova la ingegnosità o la abilità nel risolverli» (Ivi, p. 58).

[48]  Ivi, p. 64.

[49]  Ivi, p. 63.